La poesia e il “magon” di Milano

“Milan l’è on gran Milan” dicono i versi di una canzone e allora vorrei  parlare proprio di quelle canzoni che sembrano un richiamo materno, come la fetta di panettone sotto Natale, come la “sciura” che per strada butta lì una bella frase in dialetto al momento giusto e fa gongolare le orecchie: le canzoni della tradizione milanese. Canzoni, che sono veri capolavori di poesia e di comicità e, anche quando sono sentimentali, lasciano emergere quello spirito della milanestà unico al mondo.

Ricordo quelle che da bambino mi cantava la nonna o quelle che ho poi sentito cantare da interpreti ed autori che le hanno rese immortali, gente di Milano come Walter Valdi, Maria Monti, Nanni Svampa, Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, Dario Fo, Ornella Vanoni, i enzo-jannacci-giovaneGufi, e tanti tantissimi. Non si può stilare una classifica,  perché a differenza di Sanremo, le canzoni di Milano sono tutte belle!

Mi viene in mente quella del Palo dell’Ortiga cantata da  Jannacci e da Svampa. Diverse per testo e ritmo, più scanzonata per Jannaci più lenta quella di Svampa, con quel quid drammatico che la fa ancora più ridicola. La storia è quella di un “palo” di una banda di ladri sfigati dell’Ortica, che ha il problema di vedere poco “ma l’era sguercc, el ghe vedeva quasi pü” e anche un po’ duro d’orecchi. Ovvio che quando sono arrivati i “pulee” lui “l’ha vist nagotta ma in compens l’ha sentuu nient”, e  la banda è restata lì impietrita “come quelli della Mascherpa”, espressione esilarante e geniale per indicare un gruppo sgangherato di ladri, una autentica armata Brancaleone,  presi con le mani nel sacco.

L’ Armando è completamente in italiano, ma già l’accoppiata Fo-Jannacci è ben più di una garanzia di milanesità. La storia è quella di un omicidio con il protagonista che tenta di scagionarsi per quello che a suo dire è solo un incidente: “si è aperta la portiera, è caduto giù l’Armando” e più si discolpa più si ingarbuglia e goffamente finisce per confessare. Il tutto condito con una serie incredibile di non sensi e di surreali trovate in un crescendo che non può non far emergere un sorriso ad ogni ascolto!

Non si ride con Ma Mi, qui ci leviamo il cappello davanti ad un testo di Giorgio Strehler, che in dialetto ci regala un’emozione da groppone alla gola. Si, una canzone contro la guerra ma che inneggia alla lealtà tra amici e tra milanesi. Un uomo catturato e portato a San Vittore viene tentato di tradire i suoi compagni di lotta e amici d’infanzia: “Se parlasse, ti firmo accà, il tuo condono: la libertà”. E la tentazione è forte “Sott a ‘sti mur, passen i tram, frecass e vita del me Milan” e poi “la libertà la val ‘na spiada!”. Ma nonostante tutto la lealtà e l’amicizia non sono valori cui si può rinunciare: “Ma mi, ma mi, ma mi, quaranta di’ quaranta nott, sbattuu de su, sbattuu de giò, mi sont de quei che parlen no!”.

Non si ride neanche con La povera Rosetta struggente ballata di vita e malavita ispirata ad un reale fatto di cronaca nera. Rappresentato è ancora il mondo degli ultimi e degli emarginati, la protagonista è una prostituta che esercita in Piazza Vetra e chi la canta è della “ligera”, ossia della malavita milanese, ultima romantica effige di un mondo fuori dalla Legge ma ancora legato a valori come amicizia, lealtà e senso dell’onore.

Piccolo gioiello di Giovanni D’Anzi e Alfredo Bracchi, Nostalgia de Milan è un testo nostalgico che riesce comunque a strappare un sorriso, perché il milanese è un dialetto che invita al sorriso anche quando si è tristi. Milano e la sua nostalgia sono i protagonisti assoluti: “La par ‘na stupidada se pensi ai mè bastion, e foo ‘na sifolada per cascià giò el magon”. È proprio vero che quando un milanese è fuori da Milano, non vede l’ora di tornare: “Tel giuri, piangiaria, pur de vess a Milan!”.

Ci sarebbero così tanti titoli che non è possibile citarli tutti, ognuno dei quali meriterebbe da solo un articolo: Porta Romana bella, Ho visto un re, Andava a Rogoredo, La bella la va al fosso (un grazie ad Aldo, Giovanni e Giacomo per la versione comica),  El purtava i scarp da tenis e troppi altri. Impossibile citarli tutti nel tirannico spazio di un articolo, ma già mi pare di sentire i mormorii di quelli che dicono: ma come, e O mia bela Madunina? Pensavate me la fossi dimenticata? È che questa canzone sta a Milano, come “O sole mio” sta a Napoli: super inflazionata, troppo cantata, talvolta anche massacrata, insomma quasi scontata. Però, quando si sentono i versi “Canten tucc lontan de Napoli se moeur, ma po’ i vegnen chi a Milan!”  e “Ma Milan l’è on gran Milan!” la magia si ripete ancora.

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Giuliano Mangano ha detto:

    Sono pienamente d’accordo con la sintesi fatta. Di Svampa mi ricordo tre episodi. Uno: quando in un ristorante di Luino mi ha fatto salire sulla sedia e cantare “Il gallo è morto”. Guardandomi, il suo commento iniziale è stato: “Te ghet una bella panscia anca ti”. Due: quando dopo uno spettacolo ad Antenna tre siamo andati a mangiare in una trattoria sui Navigli terminando verso le quattro del mattino (c’erano tutti i Gufi) Tre: quando sono stato con alcuni amici a casa sua per un eventuale suo spettacolo a Laveno (che poi non ci fu) In quell’occasione si mostrò estremamente generoso e ci offrì abbondante grana e buon vino bianco, bello fresco. Pappammo e bevemmo tutto quanto. Vergognosamente.

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