Il Mito nel Novecento

La nostra società non riesce a prendere le distanze dall’eccesso di positivismo che ha caratterizzato il Novecento e che ancora oggi impera. Tutto deve essere vagliato da ciò che possa essere scientificamente comprovato, anche l’intellettuale e lo spirituale. Da quel momento si è cominciato a sezionare tutto, affinché lo studio di qualsiasi materia potesse ricevere l’avvallo della scienza. Così è iniziato lo studio logico-scientifico anche del Mito; la spinta verso questo nuovo approccio è iniziata tra l’Illuminismo e il Romanticismo, epoche durante le quali si sviluppano tutta una serie di nuove forme di pensiero dettate anche dalle riflessioni che nascono dai viaggi che si possono intraprendere ora. Conoscendo il mondo fuori dal quotidiano, si inizia a considerare l’essere umano in modo diverso; da qui anche il mito delle “culture selvagge” che è la base portante del pensiero di Rousseau.

ragione.jpgLo studio del Mito si divide in due grandi gruppi che prediligono due vie diverse d’investigazione: l’indirizzo razionalistico ed ermeneutico.

Il primo è convinto che il mito possa essere spiegato con la ragione e la logica e lo considera sempre inferiore rispetto alla verità razionale.

Il secondo filone è quello ermeneutico -il cui autore di riferimento continua ad essere Schelling- e crede nella comprensione del Mito e non nella sua spiegazione. Il Mito, qui, viene considerato la veste esteriore dei simboli originari, che racchiudono l’eterna verità dell’uomo e del mondo. A differenza della prima scuola di pensiero, nello studio ermeneutico noi non possiamo capire il Mito ma solo intuirlo, dal momento che la Ragione e la Scienza non sono considerate sufficientemente abili alla vera comprensione. Lo stesso Bachofen, altro autore di questo filone, vede nel Mito la lingua primordiale dell’uomo, eterna proprio perché prima e più pura.

Nel XX secolo si celebra un’altra disputa interessante. Mūller crede di poter trovare nuove risposte riguardanti il Mito nella comparazione tra religioni. Cassier è di tutt’altro avviso. Secondo lui non è possibile comprendere il Mito mettendolo in una situazione di subordinazione rispetto ad altri ambiti dell’esistenza umana. Infatti, egli riconosce al Mito una sua propria autonomia semantica e di conseguenza anche un suo mondo proprio e una verità che appartiene solo a lui. Il Mito non è da vedersi come un’estensione della religione ma come il prodotto della creatività dello spirito umano e come tale è fuori dalla logica e non può essere ricondotto alle categorie del pensiero.

Il XX secolo è responsabile anche della messa al bando del Mito stesso. Dopo i grandi cambiamenti economici e sociali, che hanno caratterizzato il Novecento, si mette al bando anche la distinzione sociale. Tutto deve essere livellato e il Mito non può più trovare spazio nella società perché è classista. Solo chi ha accesso allo studio e alla cultura può permettersi di incontrare e conoscere il Mito. Quindi, si preferisce eliminarlo e al suo posto dar spazio a ciò che tutti possono conoscere: la quotidianità. Così l’Arte1438683287_bostezote.jpg inizia a parlare un linguaggio più semplice e vuoto. Non possiamo nasconderci che la quotidianità sia fatta soprattutto di banalità, che inizia ad imperare nel mondo delle Arti. La Pittura ci mostra stazioni e sempre più nature morte, la Musica toglie i grandi giri armonici e arriva ad inserire i rumori della città o dell’industria.

La semplicità voluta dalla nuova società fa perdere così non solo il Mito ma anche la Bellezza. I due aspetti, infatti, sono fortemente legati: il Mito dona Bellezza a ciò che è banale. Grazie al Mito anche e banali scappatelle di Giove diventano interessanti e conosciute da tutti.

Dopo questo -mi permetto di dire- triste cambiamento operato nella cultura viene quasi da chiedersi: “Cosa siamo diventati?”, prendendo spunto dal coro dell’Antigone. “Cosa abbiamo fatto” alla nostra bella Cultura? Fortunatamente, possiamo star tranquilli perché il Mito e la Bellezza sono e saranno sempre oggetto della nostra spasmodica ricerca, che non finirà mai e che se anche rischiasse di interrompersi a causa di ostacoli insormontabili dovuti a lacune della conoscenza può ricorrere alla Magia.

Una delle formule magiche più note e che fanno ormai parte del nostro DNA ci spinge alla ricerca della Bellezza per incentivare la nostra conoscenza. Formata dalle parole Super (sopra) – cali (bellezza) – fragilistic (delicato) – expiali (fare ammenda) – docious (istruibile) con il significato di “fare ammenda per la possibilità di insegnare attraverso la delicata bellezza” è la parola che può trarci in salvo da ogni situazione come ci ha insegnato la mitica Mary Poppins: Supercalifragilistichespiralidoso.

 

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