Immortalità del Mito e noi

“La dolcezza dell’immaginarsi tutto animato, come fingevano gli antichi”

Giacomo Leopardi

Parola, racconto, storia o leggenda, qualsiasi significato abbia il Mito è assodato che alberga da alcuni millenni nella cultura della umanità, offrendo contributi non indifferenti alle arti – pittura, scultura, cinema, prosa, letteratura – e a discipline quali psicologia, storia, filosofia, archeologia.

Meister_des_Frankfurter_Paradiesgärtleins_001.jpgE influenza la nostra formazione scolastica aprendoci la mente su scenari suggestivi che rimarranno presenti in noi adulti pronti ad innescare, quando li richiamiamo anche inconsciamente, processi immaginativi per evadere dalla realtà materiale del quotidiano e immergerci in mondi straordinari.

Ricostruire il cammino del Mito dalle origini fino a noi è impresa che riserva qualche trabocchetto perché occorre utilizzare certamente le nostre conoscenze razionali, ma anche affidarci ad una facoltà prettamente umana, che gli animali non hanno: l’immaginazione, appunto.

L’uomo delle caverne scopri che nella sua mente si formavano immagi; confuse o nitide? di situazioni vissute o solo pensate? Non possiamo saperlo, possiamo però constatare che cercò di renderle reali fissandole su una parete: animali e esseri umani che li inseguivano, uomini che combattevano con altri uomini, elementi naturali incomprensibili come il fulmine o il lampo o le stelle. Simboli di forza, di necessità vitali, di paure, dell’ignoto; la rappresentazione delle esperienze e sensazioni del branco umano impegnato a lottare per la vita e la sopravvivenza e che incomincia a porsi delle domande. E su queste figure i membri del branco abbozzano un racconto che a poco a poco elabora trame e identifica i ruoli a cui sono conferite capacità di cacciare, di lottare, di difendere, capacità che sono enfatizzate, caricate di poteri sovraumani e sovrannaturali. E la rappresentazione si amplia comprendendo le forze della natura, altrettanto enfatizzate e caricate di poteri: il cervo possente e imprendibile, il fiume personificato è un nemico terribile che porta distruzione, il fulmine e il tuono si possono spiegare solo con una presenza ostile in cielo.

Il raccontare assume il valore di presa di coscienza di essere non più un branco, ma un gruppo, una tribù, una comunità che assegna ruoli: re, guerriero, cacciatore, vecchio saggio come custode delle storie, sciamano cioè tramite tra il contesto reale e il Mondo dell’Al di Là, figura che sarà il depositario della religione, anch’essa Mito, perché Parola, Racconto che ha il compito di esorcizzare la morte attraverso l’invenzione del divino, sacralizzando così il Mito.maxresdefault.jpg

La narrazione assegna ad ogni eroe, re, guerriero, azione, vicenda, un legame con dei e loro poteri, di vita e di morte, di porre fine o di rendere eterni. Il Mito celebra e sacralizza la vita umana in tutte le sue esperienze, per allontanare, dimenticare, non pensare alla morte: si celebra in determinate occasioni, ha un suo modo formale di struttura narrativa, il contesto è partecipativo e coinvolgente del narratore e degli ascoltatori e fruitori. Insomma ha un suo rituale ben preciso che lo allontana dalla materialità dal profano assurgendo a sacro: un cipresso non è più un semplice albero, è la personificazione del dolore, il re è taumaturgico, l’eroe diventa un semidio, ogni manifestazione umana ha la sua divinità, anche l’ingiustizia e l’inganno, un vello diventa d’oro e guarisce le ferite.

Per noi mortali del XXI secolo questi racconti hanno un retaggio o un significato? Si, ma con fruizione mutata. Ancora un passo indietro nella storia della nostra civiltà ci permette di inquadrare il Mito nella società contemporanea.

In Mesopotamia Babilonesi e Assiri affidarono le loro narrazioni mitiche a scritture cuneiformi su tavolette d’argilla. La saga più importante vede come protagonista Gilgamesh eroe umano dalle caratteristiche divine che nel suo agire si trova in contesti in cui compaiono un mostro d’argilla che diventa essere umano, un orco che emette tuoni e fiamme, il toro celeste, la dea della bellezza, gli uomini scorpione, il re senza età, il diluvio, l’erba della giovinezza; l’eroe vuole diventare immortale.

Gilgamesh non ci ricorda forse Ercole e le sue dodici fatiche, o Sansone e la sua forza concessagli da Dio, o San Giorgio che combatte il drago che emette fiamme? E le fiabe non hanno forse un personaggio che si chiama orco? Il re senza età diventerà poi l’onnipresente Re Artù nei racconti medioevali dei Cavalieri della Tavola Rotonda. La fontana della eterna giovinezza sarà la mitica illusione di un medioevo che vuole oltrepassare la morte. Il toro celeste sarà poi l’immortale – ma con un suo tallone d’Achille – Superman dal mantello celeste, dalla forza e dai poteri sovraumani e proveniente dallo spazio. E l’Uomo Ragno, Batman e i Fantastici Quattro non sono varianti di un continuum sempiterno che chiamiamo racconto mitico?

A proposito di spazio, nella saga filmica di Guerre Stellarivi sono similitudini e retaggi di Miti, anzi è presente il Mito per antonomasia con tutti i suoi stilemi classici. Il contesto in cui l’eroe agisce è straordinario e in esso è chiamato a compiere una missione per la comunità, un’azione etica: combattere il male. L’eroe è tale perché è fornito di poteri sovraumani, sa gestire la sua forza positivamente ed è aiutato da figure altrettanto straordinarie, ma gregarie perché un gradino inferiori a lui, che lo aiutano a superare le innumerevoli prove che incontra sul suo cammino. La missione è controllata da un vecchio saggio che indica la strada del bene fino alla vittoria finale. Allora l’eroe scende dal mondo straordinario per ritornare in quello ordinario.

Così è la narrazione di Guerre Stellari, così sono le narrazioni di Gilgamesh, di Ercole, di Percival, di Teseo, di Giasone e di tutti gli altri eroi antichi e moderni che popolano la nostra immaginazione nella quale ci rifugiamo per incontrarli e immedesimarci nelle loro avventure assaporando per qualche istante poteri sovraumani. Un rifugio nella illusione di sfuggire al mondo, come agognava Leopardi: “Che bel tempo era quello nel quale ogni cosa era viva secondo l’immaginazione umana … quando nei boschi desertissimi si giudicava per certo che abitassero le belle Amadriadi e i Fauni e i Silvani e Pan …”.

La potenza millenaria del Mito si rivela a noi mortali del XXI secolo e ancora conserva la sua forza: ci aiuta ad esorcizzare la vita quotidiana.

 

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