La “Misericordia” di Emma

Fiaba nera e contemporanea. Complessa storia familiare da cui emergono tre le figure di donne. Il teatro di Emma Dante è da sempre luogo di fantasmi, di creature fra i vivi e i morti chiusi in uno spazio da cui non possono uscire ma da cui parlano a chi abbia voglia di ascoltare. Denso e doloroso  Misericordia,con le sue tre donne tenute insieme non da un legame di sangue ma pur sempre familiare. Sedute sullo sfondo sferruzzano una maglia rabbiosa e quel rumore ritmato di ferri, con cui ciascuna pare voglia 18vis1apertura1576766093-misericordia-dasx-losiccosafficarrocciozambelli2-phmasiarpasqualisuperare le altre,   è già linguaggio, dice della loro litigiosa convivenza, non meno della babele delle lingue in cui battibeccano, un grammelot di suoni e gesti che esplica. In mezzo a loro il ragazzetto disadattato che altro non fa che muovere le braccia nell’aria, come a voler prendere il volo, di cui le tre donne, assolvendo una promessa, son madri putative.Gente povera, marginale: del resto questo è il mondo di cui ci vuole parlare Emma Dante ma non per rappresentarci la pietà, questa semmai è tutta nostra,  presi subito dall’incalzare di un senso di profondo disagio, che lei vuole provocare. Una umanità derelitta, che vive non solo nella povertà, ma, anche in un forte degrado morale. Eppure anche così si può non dimenticare di essere persone, di provare sentimenti, di avere affetti, di essere solidali con chi è più sfortunato di loro. Come Arturo, nato rovinato dalla violenza del padre già nel ventre della madre che invano cercava di difenderlo dalla furia dell’uomo e che le tre donne, morta l’amica, decidono di adottare sperando di potergli offrire un riparo da una vita amara e da una nascita ancor più terribile. Umanità al margine che vuole garantire al ragazzo un qualche futuro e l’unica cosa che possono fare è metterlo in un ospizio con una valigia che contiene le sue povere cose di bambino. E il piccolo si trasforma in allegoria di Pinocchio con tanto di musica nell’attesa della banda che dovrà passare. Torna la fiaba, tanto cara alla Dante, perché il ragazzino, di proposito legnoso nei movimenti, ha avuto un padre falegname che veniva chiamato Geppetto per via del berretto di lana che portava in testa. Insomma, siamo ancora dalle parti di Collodi. Ma la fiaba, lo sappiamo da tempo, ha sempre un fondo nero, crudo e violento. Qui la violenza è quella che il padre sfogava sulla moglie. Visto che parliamo di linguaggio, guardiamo allastrana parolaMisericordia”. Oggi, sia che derivi dalla sua intrecciata radice di cuore e sentimento o da una qualche confraternita, sembra fatta apposta per suscitare imbarazzo e disagio, se non proprio vergogna. Che è poi ciò, a cui ancora oggi, serve il teatro. Un Miserere, per la disturbante disarmonia di quei movimenti sgraziati e tuttavia, proprio per questo, emotivamente coinvolgenti. it_en-15-3397-misericordia-pha-masiarpasquali-original_originalMisericordiaper l’indecente parata notturna di quelle prostitute dalla doppia vita che vanno e indietro senza sosta, come l’onda di risacca che sempre lascia sulla sabbia qualche rifiuto. Tema non facile da maneggiare quella violenza. Ed infatti Emma Dante ci si sottrae con un colpo d’ala, fra un girotondo festoso e un esplodere di musica. Così il bimbo- burattino riprende coscienza del suo corpo in una scatenata danza acrobatica (l’interprete Simone Zambelli è un danzatore) per poi uscire dalla scena mimando gli strumenti della banda che passa per la strada e la prima parola che pronuncerà, sarà quella di tutti i bambini. Spettacolo duro, che non risparmia niente al pubblico. Valeva, però, la pena provarci.

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