Maledetta primavera – Prima parte

Durante il funerale percepisco solo silenzio. Don Piero parla, parla e gesticola; dalla sua bocca esce  solo una nuvoletta di vapore. A gesti invita i fedeli a scambiarsi un segno di pace. È tutto un voltarsi, sorridersi, stringersi mani. Un rituale che mi infastidisce. Non partecipo, lasciando credere di essere assorta in preghiera. Qualcuno tira su con il naso. Dall’altra parte della navata, alla mia sinistra, una inadeguata signora alquanto vistosa con cappotto rosso Tiziano, capelli biondi tinti, orecchini lampadari, cincischia con un fazzolettino che le cade a terra. Nell’abbassarsi per raccoglierlo mi guarda. Le invio un’occhiataccia mentre sposto dietro l’orecchio, sfiorando le due perline ai lobi, una ciocca del mio caschetto liscio, castano naturale. Cinque beghine in gramaglie, intente nella lettura dei salmi, mi guardano furtive senza voltare la testa, le fulmino con lo sguardo e immediatamente proseguono, ad alta voce, con un canto dalle parole incomprensibili, sembrano le note de: “la calunnia è un venticello”.

«Vai, traditore» bisbiglio, «non mi hai neanche dato il tempo di renderti pan per focaccia».

«Sei troppo arrabbiata. Salva le apparenze», mi sussurra Giulia dandomi una gomitata.

Il prete, impartisce una frettolosa benedizione sul cuscino funebre; l’invisibile pioggerella dell’aspersorio darà sollievo alle margherite gialle che stanno già appassendo in silenzio. Mi avvolgo nella mantella nera di lana, abbandono la scomoda panca di legno e mi avvio all’uscita canticchiando il motivo che dal risveglio mi perseguita: “Maledetta primavera.”

La tizia in rosso, mi supera sfiorandomi. La scia di “quel” profumo mi dà la nausea. Giulia, amica di sempre mi segue a breve distanza. Sul sagrato della chiesa tante persone invisibili. Abbracci, strette di mani, frasi fatte di circostanza, occhiali scuri, parole inutili. Non sento le voci, non vedo i volti. Portiere sbattute, ovattate ed un corteo di grosse e piccole formiche nere che si incolonna, procede e  lentamente si allontanano. Una delle formiche è rossa… la più velenosa. La cerimonia è finita, la leggera brezza non mi asciuga le lacrime perché non ve ne sono.

Giulia mi riaccompagna a casa. Si ferma a dormire per non lasciarmi sola. Beviamo un bicchiere di vino, fumiamo una sigaretta sedute in balcone. Le presto un pigiama  e ce ne andiamo a dormire in silenzio, proprio come ho fatto io con lei soltanto sei mesi prima nella stessa circostanza.

DUE ANNI DOPO

Un sabato mattina, con Giulia, passeggiamo sul lungo lago sotto un cielo plumbeo di fine settembre. Tra due filari di ippocastani calpestiamo le foglie secche che fanno il crepitìo della legna che brucia nel camino. Tra le foglie cadono anche grossi ricci che racchiudono frutti non commestibili. Inavvertitamente ne calpesto uno nascosto tra il fogliame. Da quell’involucro spinoso esce una grossa e lucida castagna d’India. Giulia si abbassa e la raccoglie mentre, seduta su una panchina, mi massaggio il piede dolorante.

«Tieni, così quest’inverno non prendiamo il raffreddore», dice nel porgermela mettendosene un’altra in tasca.

«Saranno pure dicerie, ma cosa mi costa darle questa soddisfazione?»

Sul grosso seme sosta una coccinella rossa a pois neri che poco dopo spicca il volo.

Con lo sguardo seguo l’insetto che ondeggia nell’aria.

«Lucrezia, sono anni che non andiamo a ballare, che ne diresti…»

«Ma cosa ti viene in mente adesso?»

«Oh, senti, quei due» dice alzando gli occhi e l’indice al cielo, «sono sistemati e stai certa che loro si svagano. Staranno parlando di calcio, di politica o di funghi come facevano da comuni mortali».

Un inaspettato tuono assordante, seguito da un improvviso acquazzone ci coglie di sorpresa.

«Hai sentito? Adesso stanno imparando anche a giocare alle bocce!»

«Ma sei scemaaa!?»

Scoppiamo a ridere precipitandoci nel primo bar che vediamo, dove ordiniamo due caffè ad un annoiato cameriere dal grembiule blu lungo quasi fino ai piedi ed una vistosa macchia di sugo sulla camicia a righine azzurre. Mischiando lentamente il dolcificante nella bevanda, Giulia torna alla carica.

«Conosco alcune signore, rimaste sole come noi, che alla domenica vanno al Centro Anziani e passano qualche ora in spensieratezza. Che c’è di male?»

«In mezzo ai vecchi!?»

«Guarda che hanno tutti più o meno la nostra età. Anche se sono più di trent’anni che non balliamo sarà come andare in bicicletta, non si dimentica mai e fa bene alla linea. Certo a loro non interessava il ballo, alla domenica esisteva solo la partita…»

La Giulia, fin da ragazza, aveva la smania di organizzare festicciole in casa, camminate nei boschi, corse in bicicletta e finiva sempre con il trascinarmi riluttante; come quella volta che aveva tanto insistito per provare l’emozione di fare l’autostop. Abbiamo avuto la fortuna che  il signore che ci aveva dato il breve passaggio fosse un amico dei nostri padri il quale, consegnando il paio di guanti che avevo dimenticato sul sedile dell’auto, pensò bene di riferire loro la nostra bravata. Tornate a casa abbiamo avuto le nostre. Botte no, rimproveri tanti. Mai più autostop. Da allora, ogni volta che Giulia organizzava qualche avventura, mi inventavo delle scuse per non farmi coinvolgere.

«Allora ci andiamo?», mi riscuote la Giulia.

«Tu non demordi mai eh? Se ti fissi su una cosa… chi te la toglie dalla testa? Dammi almeno il tempo per pensarci», sbuffo infastidita.

Due giorni dopo, al telefono, riprende l’argomento rimasto in sospeso.

«Ma come ci si veste per un posto simile? Tu cosa indosseresti?» chiedo quasi rassegnata.

«Oh, pantaloni neri, camicetta bianca, scarpe comode.»

«Non avevo dubbi.»

«Io metterei un abitino e tacchi alti.»

«Non avevo dubbi.», ci prendiamo in giro. Siamo così unite e così diverse.

Arriva la fatidica domenica.

Tutta la mattinata a passare in rassegna quello che c’è di più adatto da indossare nel pomeriggio; il letto sfatto si riempie di tutto; abiti , gonne, camicette. Per terra scarpe, sandaletti, solito dilemma “e adesso cosa mi metto”. Non c’è più chi mi avrebbe risposto un inutile “metti qualcosa”.

Opto per un tubino marrone a piccolissimi pois beige. Scarpe décolleté con tacco, borsetta in tinta, filo di perle al collo, orecchini abbinati.  Due spruzzi di J’adore, sposto la tenda della sala, vedo arrivare Giulia.

«Ciao, si può sapere almeno dove andiamo?», le chiedo sbattendo la portiera.

«Centro anziani di Ternate!»,  tutta giuliva.

    Arriviamo in un grande parcheggio. Noto delle signore che faticosamente si cambiano le scarpe stando sedute in macchina. Qualcuna dice “io me le cambio dentro poi le metto in borsa”. Ci incamminiamo al loro seguito, come fossimo ad una processione. Sul portone d’entrata spicca un grande poster che raffigura un bel tipo alla Richard Gere: camicia rossa, cravattino stile country; imbraccia una chitarra elettrica bianca e azzurra.

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