Mondo profondo

Avvinghiati, precipitiamo lungo il cunicolo, atterrando tra colonne dalle forme bizzarre e ometti di pietre. I due compagni di sventura ridotti ad un ammasso di ferraglia. Abituata al bianco pianeta da cui provengo, stropiccio gli occhi per abituarmi alla parziale oscurità. La caverna è illuminata dal fascio di luce che si irradia tra cavità e stretti anfratti.

Smaniando alla ricerca di una via di fuga, tento di arrampicarmi lungo un costone senza trovare un appiglio sulla parete scivolosa ricoperta di muschio; esploro ogni parte della grotta finché, esausta, mi appisolo con un pensiero: “Ma non ero sola quando sono precipitata”, senza ricordare altro.

Strani rumori mi risvegliano dal torpore provocandomi brividi di terrore.

La spelonca si sta popolando di innumerevoli creature di strana specie.

Mi rannicchio dietro la colonna più grossa, tanto alta da fondersi con un’altra che scende dal soffitto. Sperando di rendermi invisibile, con un urlo agghiacciante rivelo la mia presenza: un serpente giallo a pois rossi  avvinghiato alle gambe tenta di trascinarmi nel suo rifugio. Un topo con una lunga coda che termina ad uncino, infligge al rettile vibranti scudisciate costringendolo a mollare la presa.

Improvvisamente un tonfo accanto seguito da un fuggi fuggi generale. Una figura dalle fattezze umane con sguardo maligno che traspare dal volto indefinito, m’afferra, mi stende su un masso, mi rassicura: «Stai tranquilla, fra poco sarà tutto finito.» con voce metallica.

Stesa supina, reggendomi sui gomiti, ho un sussulto: un volatile rosa con un’ala al centro del dorso senza piume, si posa sul petto. Inorridita mi accorgo che lo sgradevole essere ha orecchie e bocca da umano.

Riprendo ad esplorare fin quando scopro una stretta feritoia. Strisciando lungo la fessura sbuco di fronte ad uno spettacolo inaspettato. Una miriade di lombrichi rossi punteggiati di nero, lavorano alacremente il terreno. Acciambellato in un buco della grotta, vigila su tutto un loro simile, molto più grosso e nero a pois rossi.

“Che miscuglio promiscuo di razze.”

Una sterminata quantità di coccinelle, svolazza intorno.

Lungo il muro, file ordinate di invertebrati che salgono e scendono.

Rammento che prima di sprofondare in quella prigione, vivevo sul pianeta senza vita con Alex. Ricordo che quando mi rapì dalla mia Terra avevo al polso una castagna matta. Nella disperazione in cui vivevo, riversavo lacrime sul frutto da dove era fuoriuscito un verme andandosi a ficcare sottoterra.

“Lassù è ripresa la vita”, realizzo strisciando a ritroso.

Uscita dal budello scaccio l’enorme falena blu striata di verde che mi si è posata sui capelli per sfuggire ad un nanetto che la rincorre armato di pietre.

Non so da quanto tempo mi trovo in quella prigione quando  sopraggiunge improvviso un gran senso di prostrazione. Un forte malessere si impadronisce di  me lasciandomi esausta e incapace di reagire.

Tutti gli strani esseri di quel mondo, si avvicendano al mio capezzale cercando di darmi conforto.

Tra i cerchi di una nuvola di fumo sprigionata da un cunicolo, compare una figura preceduta da una melodia che crea magia nell’aria. Diffonde raggi di luce verdi, come il suo manto, ha sottili ali palmate a tre punte iridescenti.

Si avvicina porgendomi misture e intrugli sussurrandomi: «Stai tranquilla, tra poco sarà tutto finito», in tono suadente tra denti aguzzi.

«La stessa frase dell’altra voce».

Nella semi incoscienza percepisco voci concitate, litigiose: la “metallica” e la “suadente”.

Un acuto urlo di dolore mette fine alle mie sofferenze.

Un pesce, uscito dalla pozzanghera saltellando su quattro zampe di gallina, dopo essersi cibato di grossi ragni che volano, mi si avvicina scuotendomi addosso del liquido melmoso per darmi sollievo.

Sfinita, con un filo di voce sussurro: «Portatemi via di qui, farò ciò che volete».

Una voce mai dimenticata: «Hai fatto quello che volevo!»

«Sei Alex vero?», emetto con voce flebile.

Mi risponde una risata agghiacciante.

«Tu ora non mi servi più».

Socchiudo gli occhi, lo vedo risalire il cunicolo imbracciando quello che mi appartiene e tendendo l’altra mano a “voce suadente”.

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